Sette mesi on the road fino in Marocco, Doroti e il suo cane Cecio tornano più ricchi dentro

Sette mesi on the road fino in Marocco, Doroti e il suo cane Cecio tornano più ricchi dentro

Secondo alcune leggende, se riesci a vedere l’origine dell’arcobaleno, lì c’è un tesoro nascosto. E io, in questa avventura, ne ho visti davvero tanti di arcobaleni, ma uno non lo dimenticherò mai: nel deserto del Sahara, era doppio e sono riuscita a vedere il punto in cui nasceva, l’attaccatura alla terra. Con il progetto social Dot_travelpic ho scelto di lasciare la mia vita professionale da filmmaker e regista per conto degli altri e di esaltare i miei valori: l’amore per la terra gli animali e la natura. Questa scelta è stata rafforzata anche dalla scoperta di avere una sindrome autoimmune cronica, il mio corpo purtroppo è piu fragile, ma la motivazione di vivere la vita che voglio è diventata piu forte!Ho viaggiato sette mesi e percorso 10.000 km fuori e dentro di me! Ho prodotto una serie televisiva di nove puntate raccontando tutta l’avventura, STRADE LIBERE, andata in onda su diverse TV locali importanti italiane, TELECUPOLE, TELEUNIVERSO E LaC TV, parallelamente ho creato una comunity social appassionata. Esplorare il mondo e raccontarlo è stato quindi per me un salto nel vuoto che ha preso forma passo dopo passo, reso possibile anche grazie all’aiuto e al sostegno di tante persone che mi hanno seguita online e aiutata sia moralmente che economicamente sponsorizzando l iniziativa. Sono partita con tanti timori: la sicurezza, la distanza, la salute, il confronto con una cultura diversa, il timore di non essere capita o di non capire. Eppure, proprio superando queste paure, ho scoperto quanto il viaggio ridimensioni l’ego umano. Viaggiare distrugge la convinzione che il proprio Paese sia il migliore, che la propria cultura sia quella “giusta”, che il proprio modo di vivere sia l’unico possibile. Ho scelto il Marocco perché è un Paese vicino a noi umanamente: milioni di italiani convivono ogni giorno con cittadini marocchini. Volevo capire chi fossero davvero, da dove partissero, quali fossero le loro tradizioni e la loro mentalità, andando oltre i pregiudizi e i racconti degli altri. Ho scoperto un popolo accogliente, umano e profondamente orgoglioso della propria terra. Il Marocco è “la terra dei contrasti”: temporali, culturali, ambientali ed economici. Come scrive lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, un Paese sospeso tra mondi diversi: puoi vedere un carro trainato da un asino accanto a un’auto elettrica, donne completamente coperte accanto a ragazze in minigonna, città modernissime vicino a baraccopoli estreme, la neve e poco dopo il caldo cocente del deserto. Anche la popolazione riflette questa complessità: convivono infatti Amazigh (Berberi), popolazione autoctona nordafricana, e Arabi arrivati con l’espansione islamica. Oggi il Marocco è per oltre il 90% musulmano, e ancora sento le moschee riecheggiare preghiere nei microfoni e le persone chine sui marciapiedi dedite a pregare. Nel Nord del paese, più influenzato culturalmente dagli Arabi, l’atmosfera è più veloce e urbana. Nel Sud, invece, dove la presenza Amazigh è più forte, ho trovato un’energia completamente diversa: più calma, più silenziosa e incredibilmente umana. Ho vissuto episodi di gentilezza che non immaginavo: persone che mi hanno ospitata senza chiedere nulla in cambio e protetta semplicemente perché ero una viaggiatrice lontana da casa. La comunicazione non è stata semplice. In Marocco si parla principalmente arabo e francese, mentre l’inglese è poco diffuso. Anche i gesti hanno significati completamente diversi dai nostri e spesso era difficile capirsi. Ma quando sei lontano da casa non cerchi una lingua comune, tantomeno la bellezza o il potere. Cerchi trasparenza e autenticità. Cerchi occhi sinceri che ti facciano sentire al sicuro. Viviamo in una società basata sull’apparenza, sul potere e sul possesso, mentre forse dovremmo basarci molto di più sulla bontà. In viaggio questa differenza mi è stata chiarissima. La cucina marocchina è considerata da molti chef internazionali una delle più ricche e complete al mondo. Ho preparato piatti tipici insieme a una donna Amazigh, ho bucato una ruota nel deserto e mi sono ritrovata ospite di un uomo che mi ha aiutata, così ho conosciuto la famiglia come la intendono loro: una grande mamma, 10 figli e una trentina di nipoti tutti sotto lo stesso tetto. Pagamenti in contanti, zero videocamere, sigarette vendute singolarmente, ricariche telefoniche ancora “da grattare”, botteghe, antichi mestieri, poco internet, case di terra e paglia tanta semplicità e una sensazione di libertà che in Europa adesso sognamo. . Un euro vale circa dieci dirham, la moneta marocchina. E mentre il cibo costa davvero poco — mi è capitato di mangiare un pasto completo con soli 20 centesimi — i beni secondari, come scarpe, vestiti e automobili, costano quasi quanto in Europa. Ed è proprio qui che nasce il più grande contrasto: il Marocco è una terra ricca di risorse, ma con uno stipendio medio di circa 2000 dirham al mese, ovvero circa 200 euro, per molte persone vivere diventa difficile. Ecco perchè tanti marocchini cercano fortuna altrove, nella speranza di costruirsi una vita con maggiori possibilità. Non ho mai avuto problemi di sicurezza. Oltre a fidarmi del mio intuito, il Marocco è molto controllato e il turista è fortemente tutelato. La parte più difficile del viaggio è stata invece confrontarmi con alcune realtà legate agli animali. La carne viene spesso macellata sul momento, davanti al cliente. Una scena forte, ma che ti obbliga a guardare in faccia la realtà del cibo e il sacrificio animale che spesso in Europa nascondiamo dietro confezioni perfette. Un altro tema delicato è quello del randagismo. In Marocco ci sono moltissimi cani randagi, spesso malati o in difficoltà. I gatti vengono generalmente rispettati e accuditi, mentre la situazione dei cani resta problematica. Con l’avvicinarsi dei Mondiali del 2035 esiste il timore che il fenomeno venga gestito in modo drastico. È una situazione che meriterebbe attenzione e tutela internazionale. Con il camper ho attraversato il Paese dall’interno, lontano dai circuiti turistici classici. Ho dato da mangiare alle scimmie, visto capre camminare sugli alberi, e dromedari correre liberi. Paesaggi naturali indimenticabili, laghi turchesi nel deserto nero del Sahara, ho guidato dentro le gole altissime dell’ Alto atlante, girato tra le caotiche medine e gli infiniti suk, ascoltato tante storie. Viaggiare significa uscire dai pregiudizi, dal razzismo e dalla chiusura mentale. Significa capire che il mondo è molto più grande delle nostre convinzioni e io non smetteró di esserne grata.