Scuola e inclusione: la Costituzione non è un cammino a ritroso, l’intervento di Abitily Board
L’Ability Board è una commissione consultiva multidisciplinare composta da volontari, unica nel suo genere e voluta dall’Amministrazione Comunale di Laigueglia. È formata da professionisti di vari ambiti e da persone con disabilità che, con umiltà, apportano la propria esperienza personale. Il gruppo lavora in sinergia per promuovere un cambiamento culturale, affinché l’inclusione diventi una lente naturale attraverso cui guardare a ogni nuovo progetto e servizio. Chiamata a proporre il proprio punto di vista, la commissione esprime indicazioni sullo sviluppo dei progetti comunali. Lo fa con un taglio rivolto all’inclusione e all’accessibilità, per abbattere le barriere fisiche e mentali, architettoniche e digitali. L’obiettivo è garantire che gli spazi pubblici e i servizi forniti dal Comune, anche attraverso il proprio sito Internet, siano progettati in modo inclusivo sin dall’origine.
Nei giorni scorsi abbiamo appreso di alcune dichiarazioni che riguardano da vicino il cambiamento culturale che, per noi, non può che essere rivolto all’inclusione e al progresso della società intera. In quest’ottica la dottoressa Lara Volpe, componente esperta dell’Ability Board — organismo che fa anche parte del SeaLab di Laigueglia —, afferma: «L’inclusione non è un favore. Le classi separate ci fanno tornare indietro, non andare avanti. Lavoro da anni come psicoterapeuta con bambinə, ragazzə e famiglie che ogni giorno attraversano la fatica e la bellezza dell’inclusione scolastica. Nel tavolo tecnico comunale sulla disabilità vedo da vicino cosa significa progettare percorsi che non “tollerino” la diversità, ma la riconoscano come risorsa. Perciò, le recenti dichiarazioni sul ritorno alle classi separate mi hanno colpito per il passo indietro educativo e culturale che propongono. La scuola è, per Costituzione, agente di progresso, non di conservazione. Nasce proprio per allargare orizzonti, abbattere barriere e preparare cittadinə capaci di vivere in una società plurale. Dichiarazioni come quelle di Vannacci sono propaganda ad effetto, costruite per fare notizia, ma vanno in senso inverso: non hanno base scientifica e rischiano di farci fare passi indietro di decenni. Siamo abituati alla propaganda politica, fa parte del gioco. Ma se proprio si vuole “spararla grossa”, almeno la si spari nel senso del progresso, non in quello della regressione. La scuola è il primo laboratorio di società. La classe non è solo il luogo dove si impara a leggere, scrivere e a far di conto; è dove si impara a stare con l’altro, a negoziare, a sbagliare, a riparare. Separare le alunne e gli alunni con disabilità significa insegnare a tutte e a tutti che la differenza è un problema da isolare. Lo diceva già Lev Vygotskij con la “zona di sviluppo prossimale”: i bambini crescono e imparano di più stando a contatto con pari più competenti e diversi da sé. L’interazione sociale è il motore dell’apprendimento, non un ostacolo. L’isolamento non protegge, impoverisce. Dire “classi separate per tutelare” suona apparentemente rassicurante, ma la ricerca in psicologia e in pedagogia ci dice il contrario. Gli studi di Gordon Allport sul “contatto intergruppo” dimostrano che la segregazione aumenta il pregiudizio e l’ansia, mentre il contatto cooperativo in condizioni di parità riduce gli stereotipi e migliora l’autostima di tutti. Anche Andrea Canevaro, uno dei padri della pedagogia speciale italiana, ha mostrato come le “classi differenziali” finiscano per abbassare le aspettative e appiattire gli stimoli. Una ragazza o un ragazzo che cresce solo con “uguali a sé” impara meno a chiedere aiuto, a spiegarsi e a difendere i propri diritti nel mondo reale. L’inclusione è faticosa perché chiede insegnanti formati, organici di sostegno e progetti individualizzati. Ma è proprio nella fatica che si costruisce l’autonomia, non nella separazione. Mi preme sottolineare che l’inclusione è un diritto, non un’opinione. La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, ratificata dall’Italia con la Legge n. 18 del 2009, parla chiaro: il diritto all’educazione inclusiva non è negoziabile. Le classi separate erano la norma fino alla Legge 517/1977. Abbiamo impiegato cinquant’anni a smontare un modello che produceva esclusione a vita. L’inclusione è un processo continuo di rimozione delle barriere, non una porta che si apre e si chiude. Non serve negare le difficoltà: ci sono classi sovraffollate, docenti soli e tempi stretti. Ma la risposta non è dividere, è investire. Servono più formazione per tutti gli insegnanti, più tempo di compresenza e più attenzione ai progetti che partono dai bisogni reali, non dalle etichette. Come psicologa e come cittadina credo che la vera “tutela” sia preparare ragazzə e adulti a vivere in un mondo plurale. Le classi separate ci insegnano a separare. Le classi inclusive ci insegnano a crescere insieme. E io scelgo la seconda».
Antonello Ghiglione, presidente dell’Ability Board, dichiara: «Nel 1977, mentre la Legge 517 entrava in vigore nel nostro ordinamento, stavo per muovere i primi passi all’interno di un sistema scolastico che avrebbe plasmato l’adulto che sono oggi. È stata quell’educazione, fondata sulla cooperazione e sull’empatia, a fornirmi gli strumenti per accogliere la sclerosi multipla — che oggi, senza alcun vittimismo, definisco la mia compagna di vita —, evitando che la patologia avesse conseguenze ben più drammatiche sul mio percorso esistenziale. Rileggendo la nostra Costituzione, emerge con chiarezza che l’effettiva partecipazione sociale della persona va ben oltre le pratiche a cui assistiamo oggi, nel 2026. Non basta la semplice presenza fisica, il mero inserimento dell’alunno con bisogni educativi speciali all’interno della classe comune, per garantirne il pieno sviluppo. Come ha giustamente evidenziato Lara, la scuola è, per Costituzione, agente di progresso. Le nuove generazioni, che oggi frequentano i banchi potendo contare anche su tecnologie moderne, le stesse che permettono a me, come persona con disabilità, di seguire i corsi universitari, accedono a un ampio ventaglio di opportunità, permesse proprio dalla tecnologia che è inclusiva solo se progettata come parte di un ambiente flessibile e accessibile per tutti, non come semplice supporto aggiuntivo. Questo è possibile grazie a un quadro normativo che ha rappresentato il fiore all’occhiello dell’Italia, un faro a livello internazionale nell’evoluzione inclusiva, che trova oggi la sua massima espressione nel PEI (Piano Educativo Individualizzato) e nella centralità del Progetto di Vita. Alla luce di tutto ciò, penso che la scuola debba essere fonte di inclusione sociale e non di separazione; non dev’essere occasione di esclusione della persona, qualsiasi sia la sua disabilità. Proprio per questo, ogni rigurgito nostalgico rappresenta un pericolo: evocare il passato come un traguardo da raggiungere rischia di far pensare che la persona con disabilità debba essere confinata in un ambiente segregante, quasi con l’intento latente di eclissarla reputandola un peso per la società, assecondando un antico e mai del tutto superato senso di discriminazione sociale.
In concluzione, pensiamo che guardare al passato in tema di disabilità rischia di separare le persone, tradendo lo spirito costituzionale e la scuola democratica. Nel 2026, la sfida è rendere l’inclusione totale, personalizzata e universale, integrando tecnologia e didattica per garantire a ogni alunnə di essere protagonista del proprio Progetto di Vita».
Lara Volpe e Antonello Ghiglione – Ability Board Laigueglia